I leader di Usa e Israele premono perché il conflitto diventi ideologico e religioso. Uno scontro di civiltà dal quale abbiamo già perso. Tutti.
Si potrebbero dire molte cose sulla guerra in corso in Iran. Molte di queste riguardano la geografia, che pure sta giocando un ruolo determinante.
Torna subito alla mente una frase di Mark Twain. Testuale: “Dio ha creato la guerra affinché gli americani imparassero la geografia”.
E non aveva ancora visto niente. Lo scrittore morì infatti nel 1910, quando ancora molte delle avventure belliche del suo paese erano di là da venire. Non fece infatti in tempo a vedere il primo e il secondo conflitto mondiale; non poté sapere nulla della guerra di Corea, Vietnam, Afghanistan, Libia, e così via. Per inciso, ad eccezione delle prime due citate, tutte le altre furono perse o lasciate nel caos, con numeri enormi di vittime civili. Solo in Vietnam morirono cinque milioni di persone, oltre tre in Corea.
Anche nel conflitto odierno gli americani sembrano aver trascurato il peso demografico di 90 milioni di iraniani, della loro fierezza e della loro influenza, anche armata, sullo Stretto di Hormuz da cui dipende il 20 per cento del commercio mondiale. Uno stretto di 39 chilometri che fino a tre settimane fa operava a pieno ritmo e oggi trasformato in una polveriera che può far precipitare il commercio mondiale di energia.
Ma queste ed altre riflessioni di carattere geografico, geopolitico, strategico, risultano solo esercizio retorico o fiato sprecato, dal momento che il conflitto in corso è stato scatenato per puro «divertimento». Sono infatti le parole del presidente americano Donald Trump che lo ha ammesso candidamente (oltreché impunemente): «Abbiamo distrutto l’isola di Kharg e potremmo continuare per divertimento», ha detto il 15 marzo in un’intervista ad NBC.
Bisognerebbe a questo punto meravigliarsi delle esegesi e delle analisi, che per giunta rischiano di dare ancora una volta ragione ai critici della geopolitica che la definirono una serie di «capriole linguistiche».
Non solo dunque dovremmo subire le conseguenze, innanzitutto morali e poi economiche, di una guerra sciagurata voluta da una non meglio precisata sete di vendetta e dal gusto di uccidere. Netanyahu e Trump (ordine non casuale ma che non alleggerisce la posizione di quest’ultimo), tentano giustificazioni ogni giorno diverse. Sperano forse che le opinioni pubbliche dimentichino o sorvolino sulle motivazioni del conflitto: ossia che ciò che sta accadendo è del tutto immotivato. Verrebbe da dire «gratuito» se ciò non implicasse un conflitto semantico con l’aggettivo che indica qualcosa che avviene senza un prezzo da pagare.
Il prezzo da pagare è già arrivato e sarà molto salato. Nel momento in qui scriviamo la situazione non sembra mostrare segnali di distensione. Azzardarsi in previsioni è quantomai complesso vista la natura cangiante di chi detiene una notevole superiorità tecnologica. Ma sarebbe un errore, come già accaduto, sottovalutare la fierezza del popolo iraniano seppur oppresso e diviso da decenni. Demografia, tempo e geografia potrebbero giocare a favore di quel che resta del regime degli Ayatollah.
Alle farneticazioni di Trump si aggiungono le parole di Netanyahu che proprio in questi giorni ha – ancora una volta – calato la maschera. Le sue parole non richiedono, anche qui, chissà quale sforzo esegetico.
Il premier israeliano, parlando alla nazione dalla tv di Stato, ha apertamente sostenuto la sua volontà di «trasformare Israele in una superpotenza contro l’Islam». Sostenendo che, «con la guerra contro l’Iran assisteremo al ritorno del Messia». Poi con un sogghigno ha affermato che «ciò non accadrà giovedì prossimo».
Incommentabile.
