Una nuova cartografia per la Luna. Ma la conosciamo davvero tutta?

Una nuova cartografia per la Luna. Ma la conosciamo davvero tutta?

La missione della NASA che ha riportato gli esseri umani oltre l'orbita terrestre dopo mezzo secolo solleva diverse questioni profonde riguardo al rapporto tra umanità, tecnologia e cosmo.

Le recenti immagini catturate dalla missione Artemis II pochi giorni fa stanno gettando le basi per una cartografia lunare completamente rinnovata. Per la prima volta abbiamo potuto ammirare il lato nascosto del nostro satellite con i suoi canyon e le enormi distese di sabbia e detriti. Possiamo ritenerci soddisfatti?

Ci attendono nuove mappe da creare della Luna, il che significa una notevole mole di lavoro per i geografi, così come per altri pianeti (vedi Marte), visto che la Terra è stata ormai esplorata tutta. O quasi.

Per inciso, infatti, il lavoro di rappresentazione della Terra è tutt'altro che concluso. Sebbene siano stati mappati quasi ogni centimetro della superficie terrestre grazie ai satelliti, "vedere" dall'alto non significa aver esplorato. Esiste una differenza sostanziale tra la cartografia satellitare e l'esplorazione fisica, che comporta mettere piede in un luogo o studiarne l'ecosistema dal vivo. Restiamo dunque un attimo sulla Terra. Circa l'80 per cento dei fondali oceanici rimane non mappato ad alta risoluzione o non visitato. La pressione a profondità estreme è schiacciante e l'oscurità è totale.

Per giunta, sotto i nostri piedi esiste un labirinto del quale ignoriamo quasi del tutto l'esistenza. Si stima che conosciamo solo il 10 per cento dei sistemi di grotte terrestri; ogni anno vengono scoperte caverne gigantesche (come la grotta Sơn Đoòng in Vietnam, esplorata solo dal 2009) che ospitano ecosistemi unici, climi particolari e specie animali mai viste prima.

Inoltre, esistono ancora «macchie verdi» e picchi montuosi dove l'essere umano non ha mai messo piede o lo ha fatto solo superficialmente. Nelle fitte giungle dell'Amazzonia e della Papua Nuova Guinea esistono ancora valli isolate che potrebbero ospitare specie di piante e insetti sconosciuti. Per non parlare poi delle montagne sacre o inaccessibili: alcune vette, come il Gangkhar Puensum in Bhutan (la montagna più alta mai scalata, circa 7.570 metri), rimangono inesplorate per motivi religiosi o per l'estrema difficoltà tecnica.

 

Verrebbe da dire – approssimando - che abbiamo migliori mappe delle superfici marziana e lunare rispetto al fondo dei nostri oceani e alle nostre caverne.

Ma le nuove immagini dei pianeti vicini fanno sorgere ancora una volta domande e riflessioni più filosofiche che tecniche, come spesso accade quando ci troviamo di fronte all'immensità del cosmo e ai suoi misteri.

Gli scatti della navicella Artemis riprendono anche il Sole che appare come una stella tra le tante, senz'altro più vicina ed intensa al punto da essere accecante, ma dal colore simile a quelle più lontane. E poi il buio, l'intensità del buio. Spiccano i colori della Terra, tra nubi, gas, oceani, terre emerse, i cui colori variano dal verde al grigio, al rossiccio dei deserti, in una gamma pressoché sterminata.

Ma fuori dalla Terra tutto appare cromaticamente piatto. Brullo, come la superficie della Luna.

Già in passato alcuni scienziati avevano teorizzato un assioma ai limiti della comprensione umana, ossia che il Sole non splende, così come le stelle non brillano. Tutto, o quasi, è estremamente buio.

Detto nel modo più semplice, gli astri emettono sì fotoni, radiazioni, energia, ma la sensazione di luce nasce solo quando quelle particelle vengono rilevate dal nostro cervello. E di conseguenza elaborate. In questo modo possiamo affermare che i nostri sensi e il nostro cervello "accendono" la percezione del mondo, così come avviene per i colori.

 

Il filosofo nonché geografo Immanuel Kant, nel 1700, aveva affrontato lo stesso tema quando ipotizzò la presenza di strutture innate che determinano la percezione delle cose. Queste strutture sono chiamate "categorie" e includono concetti come tempo, spazio, causa, effetto. Le categorie filtrano le nostre esperienze sensoriali e danno forma alla percezione della realtà. Di qui la conseguenza che, una tale predisposizione cognitiva, non permetterebbe di avere un'esperienza che non sia legata al tempo o allo spazio.

Solo un esempio: l'udito. La nostra capacità uditiva (sana e in età giovanile) percepisce suoni con frequenze comprese tra 20 Hz e 20.000 Hz, diverse da quelle di un cane.

In conclusione, se tutto ciò che percepiamo dipende dal nostro apparato cognitivo, che cos'abbiamo visto davvero dello spazio e della Luna? 

Sarà forse questa la ragione per cui tutto nello spazio ci appare così buio, vuoto, spoglio e in altre parole brullo?

Sono domande complesse, a cui azzardare una risposta non è compito di questa riflessione.

Viene solo da pensare che, se ciò che abbiamo visto grazie alla navicella Artemis II è così emozionante e perfino intrigante filosoficamente ancorché tarato alla nostra limitata comprensione, il resto a noi precluso potrebbe essere infinitamente più affascinate.