una chiave di lettura della trascuratezza emotiva subita nell’infanzia –
Di Elisabetta Pedrazzoli
Chi fra noi non si è sentito invisibile almeno una volta nella vita? Spesso quando si verifica la sensazione è duplice: quella di non essere visto, ma anche di non esistere nella realtà.
Quando questa sensazione appartiene ad un bambino, il piccolo invisibile non si autorizza ad esistere neanche di fronte a se stesso, perché gli adulti che se ne dovrebbero prendere cura gli rimandano l’informazione di “tu non ci sei per me”, “tu non vai bene così” ….
Dalla prima infanzia i nostri bisogni devono essere confermati dalla figura di attaccamento, che è rappresentata da quella persona che si prende cura di noi: che sia una mamma, un papà o anche una persona di famiglia.
In caso contrario ci può anche essere la crescita biologica, ma senza una vera consapevolezza della propria identità; è presente solo lo scopo di sopravvivere, adeguandosi in tutto e per tutto alle aspettative altrui.
Tutto viene vissuto in funzione dell’altro e per l’altro ed è questa la ragione per cui alcuni autori parlano di furto di identità.
Quello che il bambino costruisce come indispensabile in cambio della sopravvivenza, è l’oblatività e il fare ciò che l’altro si aspetta: “Pur che tu mi guardi, io sono e sarò come tu mi vuoi”, “Se la mia vita incontra le tue aspettative, tu allora mi vorrai bene e io sarò visto da te”.
Perché una terapista che si occupa di adulti parla di bambini e problemi di sviluppo? Non si va a pescare troppo lontano nel tempo?
Spesso nel mio lavoro è capitato di seguire in terapia dei pazienti che manifestavano disagi notevoli, ma non inquadrati in “diagnosi da manuale”.
A volte erano problemi legati a semplici mansioni o avvenimenti, che diventavano un grilletto per l’innesco del disagio.
La sofferenza che stava alla base era sempre dettata dalla conoscenza di tutto quello che girava intorno a loro, ma nessuna autentica idea di quale fosse la vera causa del dolore che provavano e soprattutto una vera e propria ignoranza delle proprie necessità emotive.
A tutt’oggi stiamo vedendo il fiorire di molte tecniche in psicoterapia che portano consapevolezza al proprio corpo, ma gli invisibili di cui parlo nel mio libro hanno ancora un gradino da fare per poter avere accesso a questa, perché devono innanzi tutto apprendere di avere un corpo e di poterne usufruire.
Le loro risposte sono carenti persino per le necessità fisiologiche fondamentali e i soggetti in questione si muovono solo sull’onda dell’emergenza: una vita con spazi molto ridotti che porta a cercare soltanto di essere visti.
Per questa ragione è molto importante diventare consapevoli di questa situazione, che permette di trovare il bandolo della matassa che ha condotto l’invisibile negli anni a perdersi di vista.
La relazione affettiva ed in modo diverso quella terapeutica riportano indietro alla formazione di una base sicura da cui il soggetto (anche se non più bambino) esplora la realtà circostante, emotiva e non.
Per chi ha da sempre sbirciato dal buco della serratura, è difficile sentirsi messo al centro per la prima volta.
Diciamo di più: è pericoloso, disagevole, imbarazzante e non si è preparati a tanto; è un po’ come essere nati una seconda volta ed essere investiti da un fascio di luce puntato su di noi, gli stessi noi che nella vita precedente abbiamo schivato il palcoscenico.
Il processo di crescita è lungo e duro, ma possibile.
L’importante è incominciare a non essere più registi, ma attori della nostra vita.
Muoversi con la videocamera puntata su di noi e non più sugli altri, per carpirne i segreti e la loro benevolenza.
“In modo costante e doloroso, la sofferenza del non essere visti, di non avere il permesso di esistere, di valere e riuscire a vivere solo in relazione all’altrui benessere, resta presente come una colonna sonora durante tutta la vita dei trascurati.
Gli invisibili che almeno da adulti, avrebbero voluto essere messi a pari dell’altro e soprattutto visti da lui, rimangono negletti dal riconoscimento, paradossalmente anche da parte di loro stessi.
Fanno fatica a trovare una causa evidente ed esaustiva in grado di dare una spiegazione al loro disagio quotidiano, abitato prevalentemente da una grande tristezza e da una rabbia devastante di cui sono latori per tutta la vita.
La risposta risolutiva alla trascuratezza è sicuramente da ricercarsi nell’equilibrio delle figure genitoriali, che siano in grado di dare al bambino ciò di cui ha veramente bisogno: amore, protezione e rispetto.
Anche l’iper-attenzione (scambiata troppo spesso come dedizione totale alla causa-figlio) è altrettanto fonte di neglect, perché permette l’esplorazione della realtà solo a patto di farla insieme al genitore controllante. “ [1]
Spesso le persone che hanno subito trascuratezza emotiva nell’infanzia sono ritenute “deboli”, perché vengono viste come quelle che fanno di tutto per essere amate, a costo di esistere.
Come ha affermato Darwin, la specie che sopravvive è quella che si adatta ed il bambino invisibile cerca e trova la chiave per sopravvivere nell’ambiente trascurante.
Decide che vale la pena di barattare la propria vita con la possibilità di essere nutrito e continuare a vivere.
Del resto che se ne farebbe un neonato di una spiccata personalità se non gli fosse assicurato il latte?
A parte l’affermazione eccessiva, proviamo a riconoscere almeno che il nostro istinto riesce a “suggerire” un adattamento alla vita e se paghiamo il prezzo salato dell’essere trascurati, è tuttavia un prezzo che possiamo pagare e proprio per questo siamo ancora vivi.
Detto ciò, gli invisibili sono tanti e spero che leggere le voci di altri come loro che hanno subito l’esperienza di non essere stati visti, possa dare sollievo e comprensione per il dolore provato.
E’ difficile per gli invisibili riuscire a darsi l’autorizzazione a prendere in mano la vita e farla finalmente propria, ma come diceva il Maestro Manzi quando faceva lezione insegnando a scrivere e leggere in televisione, agli Italiani analfabeti del dopoguerra: “Non è mai troppo tardi!”.
L’impresa è sicuramente difficile, ma per una volta cari invisibili mettiamoci tutti al timone della nostra nave.