“In principio la Parola era presso Dio, la Parola era Dio. …La Parola si fece carne ed abitò in noi” - dice l’evangelista Giovanni. Egli chiama “la Parola” il Dio che si è fatto Uomo.
Per traslato possiamo dire anche che la parola è vibrazione creatrice che in-forma di sé la materia nascente, che ne guida l’evoluzione fino ad incarnarsi nell’Uomo; questo a sua volta potrà “proferir parola” e creare intorno a sé un mondo di tradizioni, culture e simboli.
Riferendoci ad un animale dai cui atteggiamenti traspaiono sentimenti che percepiamo compatibili con i nostri, diciamo appunto: “Gli manca la parola”; riconosciamo così in essa un attributo che qualifica la specie umana.
La parola è dunque un’acquisizione filogenetica molto recente, al servizio di una funzione che rappresenta una condizione imprescindibile per la vita stessa: la comunicazione.
Si è detto più volte che “ciò che permette ad un insieme di subunità di formare una struttura sovraordinata è il rapporto peculiare che si viene a creare tra le subunità stesse”, cioè l’interazione; senza di essa l’evoluzione della materia nelle sue molteplici forme non ci sarebbe mai stata.
Interazione significa etimologicamente “azione tra …”, il che prevede una “relazione”, a sua volta impossibile senza una “comunicazione”.
Ogni livello di complessità ha una propria forma di comunicazione. Nell’ambito dei viventi, il linguaggio che ha consentito l’aggregazione di Unicellulari e la formazione dei Pluricellulari è di tipo chimico; ancora essenzialmente di tipo chimico è la comunicazione tra Pluricellulari a basso livello di evoluzione. Essi, infatti, rilasciano generalmente nell’ambiente sostanze, dette feromoni, che vengono in contatto con appositi recettori presenti negl’individui della stessa specie; in tal modo il messaggio viene comunicato in modo simile a quanto accade tra cellule di uno stesso organismo.
Con il procedere del percorso filogenetico, la comunicazione ha acquistato nuovi canali d’espressione, che raggiungono i destinatari per via sensoriale e vengono quindi elaborati dal sistema nervoso. Tra questi ricordiamo i mutamenti di colore della pelle, di postura, di atteggiamento, la produzione di suoni in svariati modi non vocali (sfregamento di zampe o di ali), eccetera; questi possono indicare per esempio disponibilità sessuale, dichiarazione di dominanza sociale, sfida per il combattimento, atto di sottomissione e quant’altro. L’espressione vocale si afferma veramente solo negli animali omeotermi (Uccelli e Mammiferi), derivati indipendentemente da due ceppi diversi di Rettili mesozoici.
Le caratteristiche comuni a questi due gruppi zoologici sono: i polmoni parenchimatosi, cioè spugnosi, dotati di un’enorme superficie in grado di captare ossigeno ed il cuore diviso in 4 cavità in cui non vi è mai miscela tra sangue arterioso e venoso; ciò fa sì che esso arrivi ai tessuti con un livello di ossigeno molto alto. Queste conquiste evolutive comportano una combustione ottimale degli alimenti e quindi un’elevata resa energetica. I vantaggi che ne discendono sono: la capacità di mantenere la temperatura del corpo costante indipendentemente dalla temperatura esterna, che permette di adattarsi bene ai più svariati ambienti, e la possibilità di far fronte alle alte necessità energetiche di un sistema nervoso più grande e complesso.
A questo punto pare ovvio supporre che esista una relazione tra l’elevato metabolismo, l’espansione del cervello e la nuova capacità di comunicare.
Diversi anni fa al festival di Sanremo il comico Francesco Salvi presentò una canzone che diceva: “Facciamo tutti dei versi, siamo una grande tribù, non siamo tanto diversi …”; ciò che ha rappresentato il passaggio importante, correlato al cervello evoluto, è stata proprio la modulazione dei “versi” a cui corrispondono differenti significati.
Ciò si è realizzato appieno, anche se su livelli diversi, da un lato negli uccelli canori e dall’altro nella specie umana.
Non si può non rilevare che la filogenesi, nel momento in cui ha generato un cervello in grado di produrre significati più complessi ed articolati, ha messo a punto anche sistemi di fonazione che potessero esprimerli; tali sono la siringe negli Uccelli e la laringe nei Mammiferi. Quest’ultima sarebbe diventata veramente efficiente con l’Homo sapiens. I pareri dei paleo-antropologi non sono univoci; tuttavia pare che perfino l’Uomo di Neanderthal (Homo neanderthalensis) non fosse in grado di esprimere il suo pensiero in maniera fluida come facciamo noi, pur avendo un volume encefalico comparabile al nostro, per via di una laringe non ancora strutturata o posizionata in modo ottimale.
La cosa fondamentale è comunque rappresentata dal fatto che la parola condensa in una particolare sequenza di fonemi un significato, essa sta per un oggetto, in un certo senso lo “simbolizza”. A partire dai suoni onomatopeici il linguaggio si sarà arricchito via via passando, nel tempo, dall’indicazione dei soli oggetti concreti ai concetti astratti, aprendo così la strada al pensiero complesso in una forma di coevoluzione tra pensiero e parola.
La parola è flatus vocis (il respiro della voce); in questo termine si esprime ciò che accade da un punto di vista anatomo-fisiologico, ma condensa anche in sé i relativi aspetti simbolici.
Ho in altra sede discusso sul fatto che il passaggio da una comunicazione univoca ad una comunicazione ambigua si ha proprio con l’avvento del linguaggio umano. I Sofisti furono i teorici, oltre che i maestri, della possibilità di sostenere tutto e il contrario di tutto giocando con le parole. Ma se l’evoluzione della materia si è basata ed ha costruito sulla univocità del messaggio, come possiamo interpretare questa particolare opportunità che l’evoluzione stessa ci ha fornito?
Potremmo sostenere che l’evoluzione generi possibilità e che queste, man mano che essa procede, diventino sempre più ampie. Ne sono esempi concreti la ridondanza cellulare durante lo sviluppo embrionale, quella dei protogoni anche nel sesso femminile dove nel corso della vita giungeranno a maturazione solo pochi ovuli, la quantità di strutture cerebrali che apparentemente non hanno funzioni, nonché quella del materiale genetico rispetto a quanto trova espressione nelle proteine e così via.
In un lavoro precedente ho già affrontato questo aspetto a vari livelli, sostenendo che l’ampia gamma di possibilità aumenta i gradi di libertà delle strutture in oggetto. Cercherò di spiegare questo assunto, rimandando gli approfondimenti ai testi in bibliografia.
Supponiamo che per costruire un’entità ben funzionante io abbia bisogno di 100 pezzi che posso assemblare tra loro tramite un certo numero di connessioni; se ho nel mio magazzino 10.000 pezzi diversi tra cui scegliere ed inoltre posso creare diversi tipi di connessioni che possono anche cambiare nel tempo in base a diverse necessità, è evidente che avrò la libertà di costruire di volta in volta ciò che mi sembra più idoneo al mio scopo. In altri termini, viene resa possibile la scelta.
Potremmo interpretare i molteplici usi che possiamo fare della parola come enormi possibilità di esprimere (ex- primere = spingere fuori) ciò che abbiamo dentro; l’utilizzo che ne faremo dipenderà da noi!
Con le parole si può ferire provocando dolore o si può lenire un dolore, si può anche far sentire momentaneamente meglio una persona ingannandola o, sempre momentaneamente, farla soffrire dicendole una verità che la farà poi guarire e crescere. Sarà nostra la responsabilità dell’uso che faremo di questo strumento potentissimo.
Ma, per utilizzare in senso evolutivo questa possibilità, dovremo conoscere e saper usare il contraltare della parola: il silenzio. E’ l’incessante dinamica creativa degli opposti, cara ad Eraclito e profondamente assunta, studiata e vissuta in epoca moderna da Jung.
Il silenzio, visto anche al livello più superficiale, dà significato alle parole. Sono infatti le pause, cioè i brevi silenzi tra una parola e l’altra, che permettono di distinguerle e di dar senso al discorso.
Dal silenzio emergono i suoni, così come dalle tenebre emerge la luce. Prima di proferir parola bisogna formulare un pensiero, diversamente rischiamo che ci vengano rivolte espressioni colorite, ma poco gradevoli, del tipo: “Collega il cervello alla bocca prima di parlare!” oppure “Parli per dar aria ai denti!”.
Come ogni cosa che deve svilupparsi armonicamente, le parole hanno bisogno di una gestazione ed il grembo in cui ciò avviene è proprio il silenzio. Nel nostro cervello, prima che le parole vengano proferite grazie all’area di Broca (posta davanti alla zona prerolandica che comanda la fonazione), viene attivata nel lobo temporale l’area di Wernicke ove si struttura lo schema auditivo di ciò che intendiamo dire; tramite un’apposita via nervosa (fascicolo arcuato) questo schema passa appunto all’area di Broca che attiverà l’apparato vocale. Si ripete così il passaggio ontogenetico tramite il quale abbiamo imparato a parlare: abbiamo prima ascoltato.
Ascoltare è la parola magica! Quante volte quando una persona ci parla noi fingiamo o crediamo di ascoltare! Troppo spesso, al posto del silenzio necessario affinché sia possibile un reale ascolto, siamo assordati dal rumore dei nostri pensieri, dei nostri preconcetti o dei nostri pregiudizi. Il messaggio in arrivo verrà distorto da tutto questo baccano; la risposta che daremo sarà dunque viziata da tutto ciò e quindi fonte di ulteriori fraintendimenti, sempre forieri di sofferenze.
Per stabilire una relazione, parlare ed ascoltare sono vitali come il respiro; esso, infatti, rappresenta proprio il veicolo dello scambio e ne determina la possibilità.
Come la parola può avere aspetti positivi o negativi, così pure il silenzio. Quante volte il “non detto” scava tra le persone solchi che possono diventare incolmabili! Siamo di fronte al “colpevole silenzio” di chi si nega alla comunicazione, di chi “si tiene tutto dentro” ed, insieme alla relazione, distrugge se stesso. Come abbiamo detto all’inizio, senza comunicazione non c’è vita, né fisica né psico-relazionale.
Per noi che ci occupiamo di psicologia del profondo è importantissimo ricordare che, a monte della sana comunicazione interpersonale, ci deve essere una sana comunicazione intrapsichica; qui il silenzio diventa assolutamente fondamentale.
L’Io, si sa, è estremamente ciarliero, bravissimo a raccontarsi ciò che vuol sentirsi dire. Ma per compiere un percorso d’individuazione (nel duplice significato di scoprire chi siamo e di diventare interi) dobbiamo avvalerci dell’Inconscio.
L’inconscio parla sottovoce: lo possiamo udire quando l’Io tace, nel silenzio della notte, soprattutto attraverso i sogni. Le parole dei sogni sono simboli e, come dice l’etimologia greca (–), uniscono e ci conducono attraverso percorsi analogici a recuperare parti di noi lasciate in ombra che, pezzo dopo pezzo, si integrano nella coscienza aiutandoci a ricomporre la nostra frammentarietà.
Jung sostiene che i sogni sono una guida, seguendo la quale portiamo l’Io ad interpretare ed a realizzare le istanze del Sé; ma bisogna saper ascoltare.
Come nella filogenesi e nell’ontogenesi, le parole verranno poi, ed a questo punto potranno essere anche “ispirate”, ma prima ci vuole il silenzio…. perché solo col nostro silenzio daremo parola al Sé.
Maria Pusceddu
Bibliografia:
1. C. G. Jung – L’uomo e i suoi simboli – Casini, Firenze 1967
2. M. Puscedddu Nardella – La trama della vita – Trevisini, Milano 2006
3. M. Pusceddu – Gioco di specchi: “Riflessioni” tra Materia e Psiche – Persiani, Bologna
2010
4. M. Pusceddu – Il corpo racconta: Psicosomatica e Archetipo - Persiani, Bologna 2013