Verso l'ampliamento della coscienza: dal dominio dei complessi alla integrazione della personalità. L'aiuto della meditazione.

Verso l'ampliamento della coscienza: dal dominio dei complessi alla integrazione della personalità. L'aiuto della meditazione.

A prima vista sembra che l'uomo desideri sempre serenità, benessere, sicurezza, amore, pace e ciò appare talmente ovvio che persino i saluti e gli auguri più o meno convenzionali contengono sempre riferimenti a questi stati, come mete sommamente desiderabili. Ma parole così usate ed abusate significano ancora qualcosa? E siamo sicuri di capirci quando ne parliamo, dando per scontati significati tutt'altro che semplici e che per alcuni, tra cui eminenti filosofi e grandi poeti, riguardano solo utopie, illusioni e fantasie? E se esistono, sono solamente sensazioni di brevi istanti, momenti di grazia effimeri come vento che cambia, mentre la gran parte della vita è dominata dal dolore, dall'angoscia o nel migliore dei casi dalla indifferenza ed inerzia, una specie di letargo ed anestesia, cioè "mancanza di sensibilità al dolore" che identifichiamo con lo star bene?
Nella Bibbia, come in altre tradizioni religiose e in alcune leggende, si parla di un primitivo stato paradisiaco o Età dell'oro, dove regnavano armonia, pace ed amore, stato da cui l'uomo è irreversibilmente caduto, spesso per una colpa o una svista, e di cui rimane in fondo al cuore o nell'inconscio uno struggente desiderio e che sarebbe la base di ogni nostalgia. Ma allora l'anelito alla gioia e alla serenità percorrerebbe una via regressiva, una idealizzazione del primigenio stato di inconsapevolezza e di innocenza, di fusione con il tutto che è assimilabile dal punto di vista psicoanalitico con lo stato prenatale, quando la coscienza dell'Io non è ancora nata e si è tutt'uno con la Grande Madre che gratuitamente ci nutre con amore, ci scalda e ci dondola così vicini al ritmo del suo cuore. Persino l'amore per la musica e la danza sarebbe una ricerca di quel ritmo primordiale e fondamentale entro cui siamo stati avvolti all'inizio e di cui conserviamo una struggente nostalgia.
Ma se questo è l'Alfa, il punto di partenza, esiste anche un Omega, un punto di arrivo che sia paragonabile come richiamo ed intensità, un fine, un ritorno alla totalità, all'armonia? E se esiste quale è la strada? E tra i due quale è la differenza? Alfa ed Omega, inizio e fine, percorso lineare o circolare? Tra la nostalgia dell'inizio e la tensione verso la fine o il Fine quale è la nostra condizione, quali gli ostacoli e quali gli aiuti?
Prenderei tre modelli molto diversi per cultura, tradizione e metodo ma in cui è possibile leggere un grande schema archetipico comune: l'avventura dello spirito umano verso la possibile liberazione. Come primo modello mi riferisco alla Divina Commedia, il viaggio di Dante col suo percorso attraverso l'Inferno e il Purgatorio guidato da Virgilio per accedere infine, accompagnato da Beatrice, alla visione beatifica del Paradiso. Come secondo modello, quello che intendo sviluppare maggiormente, mi riferisco ad un percorso psicoanalitico, al viaggio del paziente entro i meandri della psiche e delle sue ossessioni, guidato dal terapeuta verso una possibile guarigione. Ed infine, come terzo modello,  al colloquio riportato dalla Bhagavad Gita tra l'arciere Arjuna e il conducente del suo carro Kŗşna, che si rivela essere la divinità assoluta; colloquio che avviene in pieno campo di battaglia e che guida Arjuna ad una nuova visione della vita attraverso la pratica dello yoga.
La situazione iniziale in tutti e tre i modelli è altamente drammatica. La prima terzina della Divina Commedia senza alcun preambolo ci precipita direttamente nella situazione disperata ed oscura in cui Dante, il grande pellegrino, viene a trovarsi.

    Nel mezzo del cammin di nostra vita
       Mi ritrovai per una selva oscura
       Ché la diritta via era smarrita.
                (Inf. I, 1-3)

Ma si tratta solo di Dante individuo e di quale selva oscura si parla?
Il valore della poesia consiste proprio nella sua capacità, attraverso il talento e la sensibilità personale dell'artista, di riferirsi e di muovere l'esperienza, il sentimento e la risonanza di tutti. Perciò l'arte è universale e più un poeta è grande, tantopiù riesce a toccare le radici comuni di ogni essere umano. 
Già nel dire "nostra vita" viene presentito il valore universale dell'esperienza del poeta. Dante si trova in quel particolare momento, "nel mezzo del cammin", il passaggio dalla prima alla seconda metà della vita, in cui le crisi sono molto frequenti perché implica il bisogno di cambiare orizzonte di vita, invertire valori e dare alla propria esistenza un senso diverso dal quello perseguito precedentemente.
Secondo Jung il percorso dell'uomo è come quello del sole e la sua simbologia viene perciò raffigurata dai miti dell'eroe solare. Sorge, raggiunge lo zenit per andare poi verso il declino e la morte, o meglio scompare all'occidente per compiere poi il viaggio notturno e risorgere nuovamente attraverso un mistero di morte e rinascita. L'orientamento della prima metà della vita è rivolto verso l'esterno, il bisogno di raggiungere la vetta, le mete dello sviluppo dell'Io e la libido è orientata verso gli oggetti, in modo cioè estrovertito. Gli obiettivi della prima metà della vita sono: crescere, trovare un lavoro, assicurarsi una posizione nell'ambito del proprio cerchio sociale, perseguire la maturità sessuale, trovare il partner, fondare una famiglia, fare dei figli. Però, come il sole, raggiunto lo zenit, inverte la sua posizione e si volge al tramonto, così l'uomo, dopo il raggiungimento degli scopi perseguiti, dovrebbe cambiare il suo orientamento e sviluppare una maggiore introversione e riflessione sul senso e fine ultimo della vita, cominciare cioè a farsi un'idea della morte per prepararsi ad essa e sviluppare un maggiore spiritualità. Questo però implica la capacità di staccarsi e sciogliere investimenti tanto tenacemente e faticosamente perseguiti, il che è molto difficile soprattutto se si è avvolti da ignoranza ed anzi si continua a credere di dover perseguire ostinatamente gli stessi obbiettivi. E' il mito del giovanilismo ad ogni costo, tanto di moda nella nostra cultura.
Dante, il pellegrino uomo, si ritrova in questo passaggio dalla prima alla seconda metà della vita in una selva oscura, cioè in una condizione di buio e di cecità, smarrito, nel caos e nella confusione, in breve in piena crisi, fuori dalla "diritta via". Il sentimento che domina è la paura, uno dei complessi ideo-affettivi più potenti e paralizzanti della psiche:

    E quanto a dir qual'era cosa dura
       Esta selva selvaggia et aspra e forte
       Che nel pensier rinnova la paura

    Tant'è amara che poco è più Morte.
                (Inf. I, 4-7)

Ma è proprio la paura che sortisce l'effetto di svegliare Dante dal letargo ("…Tant'era pien di sonno") che lo ha condotto a scivolare pian piano e ad abbandonare la retta via senza accorgersi. Paura come campanello d'allarme, quindi, scossa salutare che permette il primo passo verso il risveglio e la consapevolezza. Questo è uno degli esempi più chiari di come niente possa essere considerato sempre nello stesso modo. Per Jung qualsiasi evento, emozione, sentimento, immagine, ha sempre un duplice aspetto come due facce della stessa medaglia. Dipende dalla situazione, dal momento e dalle circostanze la valutazione positiva o negativa della stessa cosa. Niente è sempre e soltanto negativo come niente è sempre e soltanto positivo. E' molto importante capire bene questo concetto perché nella conoscenza psicologica la dualità non riguarda solo l'opposizione tra coppie di contrari: luce ed ombra, bene e male, maschio e femmina, sole e luna, sopra e sotto; ma è insita in ogni singolo elemento, in quanto portatore intrinseco delle due facce e della duplicità del significato. Così ad esempio la stessa Grande Madre è a volte soccorrevole e a volte divorante, il sole è portatore di luce e di vita oppure disseccante e inaridente, il padre è amorevole o è il Saturno uccisore dei figli, eccetera. Anche le situazioni altamente emotive che vengono tout-court demonizzate e bollate come negative, come la paura, l'odio, l'avversione o il disgusto, hanno nell'economia psichica una loro faccia positiva quali funzioni legate all'istinto di sopravvivenza, in quanto scuotono e mettono in allarme da pericoli anche mortali. Nei bambini è particolarmente evidente come, in mancanza di strumenti non ancora sviluppati e legati alla crescita dell'Io, la rabbia, l'odio, la collera e la paura possano essere gli unici mezzi che permettono di avvertire e di richiamare l'attenzione in situazioni di precarietà o di pericolo. Sono reazioni del tutto naturali e un'educazione che cerchi prematuramente di inibirle e rimuoverle produrrebbe un grave danno alla possibilità di strutturare in seguito adeguati e più maturi sistemi di autodifesa.
Così come è del tutto naturale che gli animali siano dotati di aggressività e di strumenti per segnalare la difesa del loro territorio ed entrino in situazione di allarme, tensione, rabbia e paura quando si presenti un grave pericolo per la sopravvivenza, anche per l'uomo le strutture primordiali dell'apparato somato-psichico dispongono di simili segnali di allarme.
Una volta svegliato dalla paura, Dante si accinge ad abbandonare il luogo pericoloso, la selva oscura in cui si ritrova senza sapere come ("In fondo - dice Jung - noi non sappiamo mai come le cose siano avvenute") e si affretta verso il colle. Tralascio, per mancanza di tempo, tutta la simbologia della selva, del colle e del momento astrologico in cui inizia l'avventura di Dante, simbologia peraltro altamente ricca ed interessante.
Dante crede di essere salvo, ma tutto deve ancora avvenire perché il passaggio che crede di poter conquistare così facilmente è invece sbarrato da tre fiere: una lonza, un leone e una lupa. A questo punto, quando tutto sembra perduto, compare Virgilio, la saggia guida mandata da Beatrice con l'aiuto della Vergine e che si propone come maestro per aiutarlo ad uscire dalla situazione pericolosa attraverso un cammino molto particolare e completamente inaspettato. Per raggiungere la salvezza bisogna nientemeno che attraversare tutti e tre i regni ultraterreni: l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, viaggio lungo e pericoloso, ma a detta del maestro l'unico che possa permettere un vero rinnovamento e la ricostruzione della personalità dopo una simile caduta. Non si può quindi uscire tout-court dalla crisi profonda in cui si è precipitati anche se inconsapevolmente. Non basta accorgersene con paura e usare poi la buona volontà. Tre fiere sbarrano la via facile della risalita. Dal punto di vista psicologico le tre belve rappresentano i complessi inconsci, le resistenze legate alla propria natura istintuale-passionale che inevitabilmente tendono a riportare ad una ricaduta. La lonza, variopinta ed elegante, rappresenta la lussuria, la tentazione della bellezza e la sua seduzione. Il leone, fiero ed aggressivo, è legato all'istinto di potere e rappresenta la tentazione del dominio, della passionalità e dell'ambizione legata al potere. La lupa, vorace, magra ed affamata, è legata all'avidità e alla tendenza all'accumulo e alla insaziabilità della cupidigia.
Nonostante i buoni propositi questi tre complessi così potenti, perché legati alla natura passionale ed avida, tendono a sopraffare l'Io, se si affronta il viaggio da soli e soprattutto se si vuole prendere la scorciatoia illudendosi che basti la buona volontà. Il vero percorso che porta prima a riveder le stelle dopo l'uscita dell'Inferno e poi alle alte vette del Purgatorio e alla beatitudine del Paradiso è lungo e deve essere fatto con il maestro giusto, la guida saggia ed illuminata che conosce il sentiero. Si tratta di un cammino di consapevolezza. Il pellegrino Dante deve vedere, conoscere e man mano liberarsi attraverso un confronto non solo teorico ma esperenziale, passando cioè di persona attraverso tutte le situazioni che man mano gli si presentano. Si inizia dal più basso, cioè dall'Inferno in cui si è precipitati per imparare a riconoscere quello che Jung chiama Ombra cioè il nostro lato più oscuro e nascosto, che non sappiamo o non vogliamo sapere di avere. Conoscenza dolorosa ed umiliante, perché riguarda i nostri difetti e le nostre ossessioni, i nostri pregiudizi e sgretola le nostre false certezze. Tante volte Dante è preso da scoraggiamento, da terrore e in alcuni momenti sviene persino, cioè la capacità di reggere la visione viene meno e solo l'incoraggiamento e la saggia guida di Virgilio riescono a sostenerlo. Ritirare le proiezioni è molto doloroso e comporta una progressiva presa di coscienza di quegli aspetti che critichiamo e condanniamo negli altri e di cui ci piacerebbe credere di essere immuni, ma solo una progressiva riappropriazione di queste parti ci permette di recuperare una vera umanità e una capacità di tolleranza e compassione verso i difetti degli altri ("Chi è senza peccato scagli la prima pietra"). Si tratta di una lenta opera di distillazione, un vero e proprio processo alchemico, le cui fasi sono state descritte ed individuate da Jung in termini psicologici. Quello che sembra la cosa più semplice ed ovvia, cioè diventare se stessi, risulta essere un'opera ardua e complicata, un vero percorso ad ostacoli, poiché si tratta non di rimanere, come spesso si sente dire con grande ignoranza e autocompiacenza, così come si è ("Io sono fatto così") giustificando ed avallando ogni pigrizia, difetto o pregiudizio per rimanere impigliati dalle proprie debolezze, ma diventare se stessi vuol dire sviluppare al massimo le proprie potenzialità e i propri talenti, far crescere il nucleo latente in noi, unico e irripetibile come dalla ghianda si sviluppa la quercia. Per sviluppare le proprie potenzialità occorre liberarle dall'inerzia, dall'egoismo, dalla paura e dagli altri innumerevoli impedimenti come una pianta deve farsi spazio tra i rovi, le erbacce e le mille difficoltà che ne intralciano la crescita, semplicemente per diventare se stessa, quella che è destinata a diventare se trova il terreno favorevole e le giuste cure. Una specie di capolavoro quindi, che deve sfidare le intemperie e le difficoltà. Diventare se stessi vuole infine dire diventare non quello che io decido e voglio, ma quello che il mio destino o, in termini religiosi, quello che Dio vuole che io sia per realizzare la sua opera in me. I modi e le vie per rintracciare il proprio destino sono le più disparate, ma presuppongono sempre una resa dell'Io, un momento in cui ci si accorge che a guidare il gioco non è più, o comunque non basta, la nostra volontà personale, ci si arrende cioè a qualcosa di più vasto e più forte. In termini psicologici ciò vuol dire fare l'esperienza del Sé ed accettare la subordinazione dell'Io al Sé.
Spesso è una crisi che interviene a costringere a fermarsi e a porsi il problema di ritrovare la giusta via, così come Dante si ritrova nella selva in una situazione di confusione e di stallo, nel buio di una profonda depressione e per uscirne bisogna chiedere aiuto ad un esperto, a qualcuno in grado di condurre pian piano fuori dal terrore e dall'angoscia. Ogni analisi comincia dal dolore, dalla paura, dalla depressione. Nessuno si rivolge ad un terapeuta se non è costretto dalla malattia, che è poi un modo per riconoscere che qualcosa in noi sta soffrendo e vuole trovare la strada verso la liberazione. Qualche volta si crede di poter usare una scorciatoia ricorrendo ai farmaci e per qualcuno a volte ciò è legittimo ed utile, soprattutto se la sofferenza è andata troppo avanti e l'alterazione della personalità non permette subito un approccio di tipo psicologico. Ma si può ottenere una vera liberazione solo accettando di trovare un senso anche al dolore, iniziando cioè un percorso di riconoscimento della propria crisi e delle sue cause, conoscenza che è spesso difficile e complicata perché implica il confronto con il proprio inconscio, unico vero testimone e depositario di tutto ciò che ci riguarda e che abbiamo rimosso.
Come ogni lavoro anche quello analitico, affinché abbia possibilità di riuscita, comporta l'accettazione di alcune regole che, pur sembrando marginali o limitanti, servono a creare e rinforzare quel contenitore senza il quale non può avvenire alcuna trasformazione, proprio come non si può cucinare senza una pentola anche se la cosa preziosa è il contenuto e non la pentola. Tali regole riguardano ad esempio il numero delle sedute, l'onorario dell'analista, l'orario da rispettare e la regola fondamentale che il paziente parli liberamente, senza remore morali o di altro tipo, e che il trattamento sia esclusivamente verbale ed avvenga entro lo studio dell'analista. Si preclude cioè ogni contatto esterno, come un cibo viene cotto esclusivamente dentro la pentola e tutti gli ingredienti devono essere contenuti in essa. Entro tale ambito il protagonista è il paziente stesso e attraverso la particolare attenzione del terapeuta impara ad ascoltarsi: ascolto prezioso che prima o poi comincerà a dare i suoi frutti di autoconoscenza e di riflessione. Solo un certo distacco, la calma e l'obiettività possono fare emergere la verità che ci libera dall'attaccamento ad una falsa opinione di noi stessi, opinione spesso basata sul narcisismo e sul bisogno infantile di giustificazione. La vera autostima nasce non da illusioni su propri presunti valori e talenti immaginari, ma da una esatta conoscenza delle proprie possibilità e dal lavoro sul loro sviluppo, il che richiede impegno e sacrificio. L'autocommiserazione e il "non ce la faccio perché troppo sensibile e debole" sono autoinganni che perpetuano la richiesta infantile di protezione e di tutela e frammentano la personalità lasciandola incompleta. Solo l'accettazione piena del proprio destino porta a sperimentare i propri limiti ma anche rivela la pienezza del sentimento e delle proprie possibilità dovute all'esperienza di aver adempiuto quello che la vita ci chiedeva con generosità e slancio ma anche con fatica ed umiltà. Infatti per ognuno la propria vita non può non contenere il massimo delle difficoltà che si possono affrontare. L'analisi quindi è sempre analisi delle resistenze, che non sono scuse usate in malafede per sottrarsi all'impegno, ma rappresentano i reali ostacoli che incontriamo nel progressivo compimento del lavoro, ostacoli necessari e naturali come è naturale l'attrito in un lavoro meccanico e la fatica in un allenamento sportivo. 
Il vero problema che si incontra inevitabilmente in analisi è in fondo rappresentato dalla forza delle abitudini già contratte a volte fin dalla primissima infanzia, abitudini che costituiscono un potente meccanismo di difesa e tendono ad imprigionare come una corazza e a frammentare la personalità in automatismi, disperdendola in mille piccoli rivoli che sembrano scappatoie innocenti ma che indeboliscono e finiscono per disperdere l'energia impedendo alla persona di perseguire il lavoro di individuazione, quel diventare cioè se stessi che costituisce la vera meta verso l'unificazione e l'integrazione. Freud ha chiamato "coazione a ripetere" quella terribile forza che inconsciamente ci spinge a ripetere le stesse modalità che inizialmente hanno avuto una loro logica nell'evitare il dolore e nell'allontanare un conflitto che per l'Io infantile era troppo grosso, ma che alla lunga paralizzano la personalità irrigidendola in comportamenti nevrotici e sfociando in sintomi di ogni genere. Non è sempre facile riconoscere le dinamiche che hanno instaurato i comportamenti nevrotici e che tendono ad autoriprodursi, perché si tratta di lottare contro se stessi, con quelle parti che inizialmente hanno costituito un'ancora di salvezza e a cui siamo segretamente legati da complicità, paura e non ultimi dai cosiddetti vantaggi secondari che la psicoanalisi conosce molto bene. Le nostre debolezze sono diventate così gli aspetti caratteristici di quella che identifichiamo come nostra personalità ma in realtà la mascherano e le impediscono di manifestarsi liberamente, ad esempio i complessi di padre e di madre non indicano solo quanto abbiamo sofferto a causa di un genitore poco amorevole o inadeguato, ma anche quanto il bambino dentro di noi continua ad eludere la crescita per poter richiamare ed utilizzare un altro padre che ci protegga e ci aiuti o una madre che ci nutra e ci consoli; comunque genitori che non ci deludano e ci evitino impatti dolorosi con la vita, proteggendoci da frustrazioni, fallimenti ed ingiustizie. Solo quando ritiriamo simili proiezioni ed attiviamo dentro di noi l'immagine del padre e della madre interna, accettiamo cioè di non essere più i bambini che hanno solo bisogno di protezione, diventiamo noi stessi in grado di autoproteggerci e proteggere anche altri più deboli.
Per avere un'idea del lavoro di integrazione che si svolge in analisi, riporto un bellissimo sogno di fine analisi di un paziente: "Sono nello studio dell'analista per l'ultima seduta. Lo studio è più ampio che nella realtà e ci sono grandi finestre da cui, anche se siamo di giorno, si vedono le stelle. E' uno spettacolo bellissimo e l'analista mi invita con un gesto a contemplarle". 
In questo breve sogno c'è la testimonianza di tutto il lavoro compiuto. La coscienza si è ampliata, come lo studio dell'analista, lo spazio entro cui è avvenuto il lavoro, è più ampio. Il tempo non è più limitato a un'unica dimensione diurna o notturna. Le stelle che si vedono anche di giorno indicano i nuovi punti di riferimento, le luminose guide che coesistono anche con la luce solare. Le stelle sono astri luminosi che brillano oltre il nostro sistema solare e rappresentano quindi punti di riferimento che trascendono i nostri abituali schemi di coscienza orientati e regolati dai due luminari - sole e luna - che sono gli archetipi del maschile e del femminile entro cui si muove la coscienza. Le stelle presenti anche di giorno non eliminano le differenze della coscienza umana basata sul maschile e sul femminile, ma le superano indicando un punto di vista più alto. Per raggiungere questa capacità di visione più ampia e unificata occorrono anni di analisi in cui ci si allena all'ascolto e alla comprensione di sé. Anche Dante torna a vedere le stelle dopo un duro percorso e non a caso tutte e tre le cantiche si concludono con la parola "stelle".
Non è raro che verso la fine di un simile percorso emerga il desiderio di iniziare una pratica di meditazione, intesa nel suo significato più ampio e libero: bisogno cioè di raccogliersi in se stessi, per continuare un lavoro di consapevolezza del qui ed ora attraverso l'ascolto del respiro o altre tecniche di meditazione. Non si eliminano definitivamente le ansie, i dolori o le preoccupazioni ma si impara a riconoscerli con maggiore distacco e meno paura, cercando di decifrarne i messaggi senza lasciarsi intralciare dall'autocommiserazione. E' come se invece di inciampare nello stesso sasso ostinandosi a tenere lo sguardo fisso su di esso, si potesse vedere il sentiero dall'alto e quindi evitarlo. L'ampliamento della coscienza consiste in una visione più aperta che comprende quindi una maggiore libertà e possibilità di alternative. Jung paragona la trasformazione che avviene in analisi ad un passaggio da uno stato che identifica "lo stadio dell'aragosta" ad uno umano. L'aragosta ha il duro fuori, una corazza per proteggere e difendere la parte tenera, la polpa, il nucleo molle che ha dentro di sé. L'uomo invece ha il duro dentro, l'impalcatura ossea, la colonna vertebrale che lo sorregge, e può perciò lasciare il tenero, la carne molle, fuori. Ciò vuol dire che si inizia l'analisi in una condizione in cui i meccanismi di difesa che prevalgono ci tengono prigionieri con le loro corazze per proteggere la nostra parte più sensibile e delicata, ma siamo come molluschi, senza colonna vertebrale. Man mano che ci irrobustiamo e ci si forma una spina dorsale in grado di sostenerci, si introiettano le parti dure e ci si può permettere di mostrare il tenero che tenevamo sepolto, le nostre parti più gentili e delicate, la nostra parte più sensibile. Ma per mostrarsi gentili e realmente sensibili bisogna essere veramente forti dentro, avere una buona spina dorsale che ci sorregga, altrimenti ci sentiremmo sempre fragili e vulnerabili. Questa metafora di Jung, della vera forza interiore che può permettersi di mostrare la parte debole e gentile fuori, corrisponde alla posizione classica della meditazione buddista, in cui si rimane seduti ben eretti con la colonna vertebrale diritta ma in una posizione di apertura e di abbandono totale, con una autentica espressione di gentilezza e di serenità. Per essere veramente gentili bisogna quindi essere forti dentro, unificati da un sentimento di collegamento con il tutto. In termini psicologici ciò corrisponde all'attivazione dell'asse Io-Sé. 
Questo punto di arrivo non è molto dissimile, anche se il percorso è totalmente diverso, da quello indicato da Krisna ad Arjuna nella Bhagavad Gita. Arjuna è in piena crisi. Sul campo di battaglia vede schierati dalla parte opposta i suoi cugini e parenti e non ha più il coraggio di combattere. "Lasciò cadere arco e frecce e si sedette sul fondo del suo carro, lo spirito turbato dall'angoscia".
Niente può simboleggiare meglio i conflitti interiori e le tensioni se non la guerra stessa, e per di più una guerra fratricida. Il giovane arciere Arjuna è preso da sconforto e vorrebbe tirarsi indietro, ma l'insegnamento di Krisna gli chiarisce la necessità dell'azione purché non legata ai desideri dell'Io, cioè al possesso, al raggiungimento del potere o della gloria, o alla vendetta. Krisna gli insegna attraverso la pratica dello yoga il metodo dell'agire nel non agire, della giusta azione, della distanza, del servizio e del sacrificio: l'agire nel non agire, l'assoluta dedizione senza macchia che si ottiene rinunciando al frutto dell'azione. 
Arjuna è un guerriero e il suo compito dunque è quello di combattere. Krisna sostiene che la vita debba avere il suo svolgimento attraverso l'azione che ognuno è chiamato a compiere a seconda della propria condizione e del proprio stato: "E considera il dovere del tuo stato: non dovresti, tremando, appartarti, poiché per l'uomo di guerra, secondo la legge sacra del tuo stato, non vi è bene superiore alla battaglia".
E più avanti: "Così gira la ruota cosmica. Colui che, quaggiù, non la fa girare a sua volta, che conduce una vita empia e si compiace delle gioie sensibili, fa scorrere invano la propria vita".
E' essenziale quindi non sottrarsi alla vita e al proprio compito, sia quello dato dalla propria condizione o casta, sia che sia stato scelto a seconda delle proprie inclinazioni. L'importante è non sviare l'intento, non cercare di usare l'azione ai fini esclusivi del proprio vantaggio personale. Spesso ci si ammala o perché si fa troppo (stress, superlavoro, maniacalità, attivismo, ansia) o perché si fa troppo poco (inerzia, depressione, mancanza di autostima). Le forze che si oppongono alla giusta azione e alla conoscenza, secondo l'insegnamento del Beato Signore, sono la cupidigia e la collera, nate entrambe dal fattore passionale e che generano oscuramento ed ignoranza. Il metodo indicato da Krisna per raggiungere il traguardo della pacificazione e dell'equilibrio è lo yoga: "Colui che sa vedere nell'agire il non agire e nel non agire l'azione, quegli fra tutti gli uomini possiede la vigilanza dello spirito, quegli è unificato nello yoga, quegli assolve tutti i suoi compiti".
Lo yoga è qui inteso come strumento per ottenere l'unificazione della personalità, uno stato cioè di non frammentazione, di armonia con la sensazione di essere pienamente ed unicamente se stessi, non posseduti ed agiti da forze diverse, in lotta tra loro, spesso sentite come "più forti di noi". Ed è su questo ideale finale di unificazione che converge la meta indicata da Jung nel lavoro sull'inconscio e su cui insiste soprattutto nella sua opera più complessa, traguardo e sintesi di cinquant'anni di appassionato ed intenso confronto con l'inconscio, "Mysterium Coniunctionis". 
La Coniunctio di cui parla Jung è simbolicamente rappresentata dal matrimonio mistico tra Re e Regina, l'unione cioè del maschile e femminile, delle forze opposte che regolano e controllano la vita. In oriente sono state chiamate Yin e Yang e sono rintracciabili in qualsiasi coppia di opposti: sopra e sotto, bianco e nero, luce e ombra, giorno e notte, caldo e freddo, secco ed umido, estroversione ed introversione.
La Coniunctio è uno stato di unificazione interiore, l'armonia ed il giusto equilibrio tra gli opposti che devono essere prima identificati, conosciuti e poi integrati. Sarebbe un grosso errore eliminare uno degli opposti a vantaggio dell'altro o subordinarlo. Il giusto procedimento deve portare ad una loro integrazione, cioè una profonda relazione interiore, così come il matrimonio tra Re e Regina e la loro intima relazione produce il frutto desiderato, il figlio che rappresenta il terzo elemento, diverso dai primi due ma che non può essere concepito senza la piena partecipazione di entrambi. Si costituisce così il terzo polo, la terza via che emerge dopo ogni conflitto realmente vissuto e capito, la soluzione nuova ed inaspettata dopo una crisi la cui tensione è stata sopportata abbastanza a lungo senza scappare in cerca di facili soluzioni. E' molto difficile sopportare a volte la tensione prodotta dalla consapevolezza degli opposti e la tentazione è quella di eliminare uno dei poli a vantaggio dell'altro, illudendosi di aver risolto il conflitto. Ma non è così, perché così facendo si diventa solo unilaterali e spesso fanatici. Ad esempio, se nel conflitto tra bene e male si crede di risolvere il problema schierandosi senza indugio dalla parte del cosiddetto bene credendo di conoscerlo, si finisce per criticare e odiare quello che identifichiamo con il male e bolliamo come malvagio, e così facendo inneschiamo una spirale di odio come chi crede di combattere una guerra santa e in realtà continua a perpetuare la guerra. Quante volte quello che credevamo essere un male alla fine si è rivelato un evento positivo e fecondo di possibilità nuove, mentre quello che ci auguravamo come bene ha finito per bloccare uno sviluppo e rivelarsi quindi un evento negativo? Soprattutto si tende a rimuovere attraverso un giudizio affrettato le nostre parti apparentemente negative, quello che Jung chiama "Ombra", quell'insieme di aspetti che non vogliamo vedere ed in genere proiettiamo addebitandolo agli altri. Questo ci impedisce sia di conoscere noi stessi sia di rendere giustizia agli altri, proprio perché li deformiamo esagerando quegli aspetti che non riconosciamo in noi. Molto spesso arrabbiarci con gli altri è il segnale che siamo irritati da aspetti che non vogliamo riconoscere in noi e perciò ci irritano maggiormente negli altri. Solo riconoscendoli in noi diventiamo più tolleranti con gli altri ("chi è senza peccato scagli la prima pietra").
La Coniunctio è il frutto di un atto d'amore e perciò la simbologia sessuale è così importante in psicoanalisi. La stessa energia che è alla base dell'attrazione sessuale opera anche negli altri livelli ed è il motore per ogni lavoro psicologico. Ci vuole un grande amore anche verso se stessi affinché l'operazione dell'integrazione riesca, così come occorre un grande amore affinché una relazione cresca e superi gli ostacoli che inevitabilmente incontra. L'amore necessario per questo lavoro più avanzato di sintesi della personalità è però un amore particolare che non deve essere agito, non deve essere cioè utilizzato per un godimento o un piacere esterno. Deve essere forte, in grado di sopportare le tensioni che ogni coppia di opposti produce fino a far scaturire la soluzione giusta. In questo l'aiuto della meditazione può rivelarsi importante ma è consigliabile usarla dopo un lavoro psicologico che porti ad una certa conoscenza di sé e superamento degli aspetti più problematici. Solo se si è già sufficientemente sani e non troppo in ansia, si può con efficacia intraprendere una pratica meditativa che a sua volta può aiutare e consolidare i risultati dell'analisi. A mio parere può essere pericoloso avvicinarsi troppo presto a delle pratiche di meditazione senza un rinforzo preventivo della personalità. Come Dante può accedere al Paradiso solo dopo aver sopportato la visione dell'Inferno e la purificazione del Purgatorio, così possiamo accedere ad una visione superiore solo dopo aver conosciuto e risolto i nostri conflitti di base, il nostro inferno personale.
Per concludere riporto il sogno di una mia paziente, una donna intelligente ma senza alcuna conoscenza di pratiche meditative, che anzi criticava, forte della propria formazione scientifica.
Si tratta di una donna di quarant'anni, medico, di grande vitalità e che ha sempre usato il proprio fascino per sedurre gli uomini utilizzandoli come conferma del proprio potere, non stabilendo mai delle relazioni durature ed un vero legame d'amore. Dopo qualche anno di analisi arriva questo sogno: "Mentre vado a comprare il giornale in una città, vedo un gruppo di marocchini. Intuisco le loro intenzioni e cambio strada ma vengo raggiunta e violentata. Tutto avviene come in trance e non ricordo i particolari della vicenda. Mi ritrovo dopo il fatto con la consapevolezza di essere stata violentata e vado in ospedale, lo stesso in cui lavoro, per farmi visitare. C'è un giovane medico, un sostituto, che mi propone una puntura, una specie di vaccino per proteggermi da eventuali infezioni. La dottoressa, responsabile del mio gruppo, invece mi consiglia come rimedio di imparare a meditare".
Il sogno indica che Angela (chiamiamo così la sognatrice) deve prendere coscienza che il suo modo pulsionale di agire, spregiudicato e cinico, nasconde in definitiva una violenza che si ritorce contro se stessa. I marocchini rappresentano le proprie parti pulsionali inconsce che violentano il Sé femminile, la propria parte più autentica. Usando gli uomini a suo capriccio, Angela in fin dei conti si è sempre comportata come gli stupratori del sogno, ed è rimasta in realtà scissa e fragile, pur credendo di essere lei quella più forte ed apparentemente dominante. A questo punto le alternative sono due: o un rimedio di tipo "igienico-sanitario", il vaccino proposto dal sostituto che è una figura precaria, di passaggio, senza una vera responsabilità e non in grado di prendersi veramente cura della persona; o la meditazione proposta dalla responsabile. Il primo è un rimedio facile ed immediato, quello a cui in genere la maggior parte della gente ricorre e che costituisce una grossa tentazione per Angela: una semplice puntura con l'antidoto; non pensarci più, rimuovere, fare come se nulla fosse successo, evitare le conseguenze. L'alternativa, proposta dalla dottoressa che è la figura di riferimento più stabile e nel sogno quindi può rappresentare l'analista, indica una via più lunga anche se apparentemente non ha niente a che fare con il problema immediato. Si tratta di imparare a meditare cioè cambiare radicalmente atteggiamento, sviluppare una capacità di riflessione, ascolto ed attenzione per se stessi, resistendo alle pulsioni che porterebbero ad impossessarsi degli altri per il proprio piacere e tornaconto, ma che in realtà alla fine ci danneggiano e ci violentano. E' come costruire uno scudo di difesa psichica che ci protegga dalle invasioni che crediamo vengano dall'esterno, ma in realtà si attivano solo se le nostre difese, il nostro sistema immunitario è carente o debole. In definitiva il vero benessere, che non è la felicità del mondo infantile ma l'equilibrio raggiunto da una personalità sempre più consapevole e perciò centrata su se stessa, si raggiunge solo con grande impegno e lavoro e la meditazione può sicuramente essere un valido aiuto per questo intento.