Spazio finito e infinito tra storia a mito, tra bene e male, in una vicenda che da secoli emoziona e modella il sapere d’Oriente.
Nell'antico poema "Mahabharata" troviamo una vicenda significativa. Un episodio che portò alla guerra di Kurukshetra, centro del lungo racconto che tra le altre cose contiene la forse più nota Bhagavad Gita. Il regista inglese Peter Brook nel 1989 ne ricavò un film sperimentale – una fusione tra cinema e teatro con Vittorio Mezzogiorno nei panni del principe Arjuna – basandosi sull'omonimo testo. L'opera originaria risale agli albori della storia documentata, in seno a una civiltà ritenuta precedente ad Assiri e Babilonesi.
La chiamata alle armi fu lo scontro tra due schieramenti, i kaurava e i pandava. I primi, dal nome, discedevano dal progenitore Kuru, mentre i secondi appartenevano al lignaggio del patriarca Pandu. La battaglia si svolse dunque tra due fazioni imparentate fra loro: una guerra fratricida.
I prodromi dello scontro avvennero davanti a un tavolo da gioco durante un'adunanza, dove i rappresentanti delle due famiglie, tra loro cugini, si contesero terre, ricchezze, onore, libertà e perfino la sposa dei pandava, una bellissima donna di nome Draupadi. Le trattative a un certo punto saltarono e Draupadi venne assalita dal losco Dushasana.
Questi tentò di spogliare Draupadi davanti ai presenti, tirandole la veste, un sari, composto da un'unica fascia di stoffa avvolta intorno alla vita - l’abito tipico tuttora usato dalle donne indiane. Fu il collasso dei già tesi rapporti diplomatici tra i due schieramenti, così come il punto più basso della morale costituita e fino ad allora osservata.
Se guardiamo però oltre la narrazione episodica di Dushasana che tenta di oltraggiare Draupadi possiamo scorgere una connessione profonda tra dimensione lineare e infinito, tra spazio inteso come misura metrica lineare standard e topologia trascendente.
il sari, ieri come oggi, è una striscia in cotone di lunghezza definita, solitamente tra i cinque e i nove metri. Rappresenta come ogni vestito il limite, il confine che protegge l'identità e la dignità di un corpo. Per Dushasana, il sari era un oggetto puramente metrico: una lunghezza scalare, per dirla col linguaggio della fisica che, se sottoposta a una forza di trazione costante, deve prima o poi entrare in pieno possesso e controllo dell'usurpatore.
Dushasana agì secondo una logica puramente calcolatrice: credeva che ogni cosa avesse un inizio e una fine, che ogni spazio fosse misurabile e perciò violabile, anche attraverso un gesto prepotente. Per lui la realtà era una serie di segmenti che potevano essere accumulati o distrutti.
La giovane Draupadi, però, trovò inconsapevolmente – potremmo dire suo malgrado - un escamotage per sfuggire alla presa di Dushasana. Il prodigio avvenne quando la metrica lineare standard fallì.
Ai filosofi, e in particolare ai geografi, torna in mente un gesto a lungo dibattuto, quello di allargare o tendere le braccia. Può significare rassegnazione, ma deriva anche dal primo originario tentativo di afferrare e portare con sé, nella direzione voluta «la totalità dei fatti» di cui il mondo si compone (Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus).
Dushasana continuava a tirare il sari, ma la stoffa non si esaurì. Una forza divina fornì un sari infinito. Avvenne una trasformazione: da oggetto euclideo (un segmento con due estremi) il vestito di Draupadi prese la forma di una semiretta, o meglio ancora, di un drappello infinito.
Dapprima ella cercò di difendersi da Dushasana tentando di restare coperta, ma constatata la presa insistente del malfattore decise di abbandonare il tentativo. Alzò le braccia al cielo. Il testo del Mahabharata riporta che volse il suo pensiero al Dio supremo e assoluto che nella tradizione antico indiana va sotto il nome di Krishna, invocandone la protezione quando ormai aveva perso le speranze. A quel punto il suo sari divenne di una lunghezza indefinita, tanto da coprire, come un mucchietto aggrovigliato, lo spiazzato Dushasana.
Al di là della fede, se consideriamo il sari come una lunghezza metrica lineare standard, l'intervento di Krishna non è solo un atto di grazia o un miracolo, ma una sovversione delle leggi della geometria.
La metrica infatti ne risultò “impazzita”. La lunghezza divenne una variabile tendente all’infinito, mentre lo spazio intorno – cioè l’assemblea – rimase finito.
Draupadi smise di essere un corpo protetto da una veste e divenne il punto di origine di una dimensione nuova, del tutto inaspettata ai presenti; il suo sari, non più un “vestito”, ma uno spazio esteso per respingere l’intrusione.
Laddove lo spazio esaurisce la propria funzione subentra il “luogo”, in quanto permeato dalla forza dei sentimenti di Draupadi rivolti al suo adorato Dio.
La stoffa accumulata sul pavimento della sala non era più veste, ma fu la prova che la dignità umana, quando collegata all'assoluto, non può essere "misurata" né di conseguenza esaurita.
Nella scena del Mahabharata troviamo elementi simili alla vicenda di Ulisse che acceca Polifemo, il «mostro dal pensiero illogico», che rappresenta il mondo prima di ogni ragione, basato solo sulla forza fisica. Ma troviamo convergenze anche in un altro mito, quello di Dioniso, di cui si parlerà nel prosieguo di questo blog.
La presunzione di Dushasana
L'errore filosofico di Dushasana fu trattare il sacro come una grandezza estensiva. Draupadi era effettivamente una donna “sacra”, in quanto già moglie, ancorché di cinque mariti, un’usanza riservata ai prìncipi di quel tempo. Egli pensava di misurarsi con una stoffa oltre che con la forza muscolare di Draupadi certamente inferiore alla propria. L'episodio ci insegna che, mentre il potere cerca sempre di ridurre l'essere umano a una misura standard (un numero, un oggetto, una lunghezza), esiste una profondità interiore che può rendere lo spazio infinito, rendendo vana ogni pretesa di possesso, anche attraverso un ribaltamento della logica.
Possiamo con ragionevole certezza affermare che, agli albori della civiltà, l’aggressione a Draupadi rappresenta la nascita dello spazio. Vale a dire una distanza metrica lineare con la quale si tentò di soverchiare l’ordine naturale e, potremmo dire, morale.
Sia Dushasana con la sua ampiezza delle braccia, sia l’intervento divino che fornì a Draupadi una veste infinita operarono un processo di «proiezione», termine coniato in epoca moderna derivato dal sapere alchemico (Umberto Eco, I limiti dell’interpretazione), che si riferiva originariamente alla trasformazione del vile metallo in oro, assicurata dalla «polvere di proiezione». Tra i due però non vi fu partita: Dushasana ne uscì frastornato. Ma, sullo stesso piano, l’intervento divino entrò nella scena del visibile. I presenti, che di lì a poco scenderanno in battaglia, ne furono testimoni.