Le frontiere della Groenlandia, tra incanto, immagine e disincanto.

Le frontiere della Groenlandia, tra incanto, immagine e disincanto.

La Groenlandia, per molti, è poco più che un'astrazione. Una coltre bianca lontana sulle mappe, una parola complessa da pronunciare con quella N silente, un luogo che poco ha avuto a che fare con noi. Finora. Nel nostro immaginario evoca orsi, volpi bianche e una distesa sconfinata e perenne di neve e ghiaccio. Oggi invece questi luoghi sono soggetti a cambiamenti rapidi. Il ghiaccio non è poi così perenne. Arretra sempre di più. Emergono così terre verdi («green» da cui il nome), rotte, fondali. I quali si portano appresso ambizioni, interessi, risorse da sfruttare, bandiere da piantare, strategie.

Da terra desolata e dimenticata la Groenlandia è diventata all'improvviso una pedina di scambio tra superpotenze (presunte tali) al centro di questioni di sicurezza nazionale (testuale). Quando una terra viene raccontata così smette di essere periferia e diventa frontiera, e le frontiere non sono mai neutre.

La sua immagine può trarre in inganno, come la sua forma.

È grande, sì. Ma non così grande come le mappe fanno pensare (vedi immagine sotto). Misura quasi sette volte e mezzo l’Italia, mentre sulle mappe basate sulle proiezioni di Mercatore appare ampia quanto l’Africa.

La percezione visiva, ancora una volta, è fuorviata. Google Maps e mappamondi, che usano proprio il succitato sistema di rappresentazione, sono condizionati da proiezioni che tendono a distorcere le aree man a mano che ci si allontana dall’equatore verso i poli.

Nondimeno gli aspetti geografici sono particolarmente rilevanti.

La Groenlandia resta comunque la più grande isola del mondo se si eccettua l'Australia, e al contempo la meno abitata. La popolazione è di circa 56mila abitanti, concentrata sulla parte dell'isola libera dai ghiacciai, in particolare quella che si trova ad Ovest. L'interno dell'isola è coperto di neve e dominato da una calotta glaciale spessa fino a 3 km di ghiaccio. Questa massa di ghiaccio influenza il livello dei mari e la circolazione atmosferica dell'intero emisfero Nord.

La geografia di questa estesa parte del globo non è solo un dato fisico, ma anche un fattore politico, poiché governare un territorio enorme e frammentato, senza strade che colleghino i pur minimi centri urbani significa che ogni decisione sia essa di natura economica, infrastrutturale o militare abbia costi enormi e conseguenze profonde. Così la Groenlandia, anche se fa parte della Danimarca, gode di un'ampia autonomia interna confacente al suo territorio e alla sua posizione distante dalle altre zone continentali. Amministrare un territorio siffatto richiede sedi dislocate dai centri decisionali.

La Groenlandia oggi non è uno stato indipendente, ma un territorio autonomo del Regno di Danimarca. Ha un proprio parlamento, una sorta di autogoverno che gestisce gran parte delle politiche interne, incluse quelle sulle risorse naturali, pesca, istruzione, trasporti. La Daminarca, a più di 3.500 km, mantiene il controllo su politica estera e difesa. Le due leve più delicate.

Un equilibrio delicato, quello tra corona danese e Groenlandia, che ha origini dal colonialismo dei secoli passati fino ad arrivare ad una serie di trattati, come l'home rule del 1979 e il self-government act del 2009 che riconoscono il diritto dei groenlandesi all'autodeterminazione, il quale prevede pure che la Groenlandia possa diventare indipendente a patto però di costituire una base economica capace di sostenere la propria sovranità. Un'indipendenza mai raggiunta.

A questo punto entrano in gioco le «georisorse».

La Groenlandia è da punto di vista geologico un luogo straordinario. Ospita alcune delle rocce più antiche del pianeta ed è attraversata da complessi sistemi magmatici e sedimentari che concentrano elementi rari e strategici.

È un archivio della storia profonda della Terra. Ma questa caratteristica ha anche un'altra faccia: quella del potenziale minerario. Terre rare, grafite, nichel, cobalto, rame, zinco, oro, materiale che oggi non servono solo all'industria tradizionale ma sono anche alla base della transizione energetica dell'elettronica avanzata e delle tecnologie militari.

Molte di queste materie prime sono economicamente e politicamente complesse da sfruttare. Uno tra tutti, l'uranio. Per le centrali nucleari che producono energia elettrica è un elemento fondamentale, ma localmente il suo utilizzo è bloccato a causa di elevati costi sociali e rischi ambientali. Per giunta, la Danimarca non è tra i paesi che possiedono centrali nucleari. Dunque finora tale risorsa non è stata estratta (o almeno non lo è del tutto).

 

Ma perché interessa tanto agli Stati Uniti?

Per rispondere a questa domanda basterebbe dire che questo è il mondo che abbiamo oggi di fronte ai nostri occhi. La competizioni tra eserciti è tornata prepotentemente in primo piano, così come le catene di approvvigionamento energetico. Le terre rare, ad esempio, sono alla base dei magneti per radar, satelliti, semiconduttori, batterie dei motori elettrici e molto altro. Oggi una parte enorme della filiera globale delle summenzionate materie è concentrata in Cina. Sicché Washington non ne fa solo un problema economico, ma anche – a suo dire – di sicurezza nazionale.

Un altro aspetto che rende la Groenlandia strategica sono le rotte artiche. Con la fusione dei ghiacci dovuta all'innalzamento delle temperature (cambiamento climatico peraltro sempre negato dallo stesso Donald Trump, anzi irriso, quando diceva: «Fa così freddo a New York d'inverno, dov'è il cambiamento climatico?») l'Artico diventa sempre più navigabile, sia come accessi, sia per periodi lunghi durante l'anno.

Nei prossimi decenni potrebbe ridursi dunque la distanza tra Europa, Asia e Nord America, il che gioverebbe al controllo dei flussi commerciali e alle potenziali rotte militari laddove il mare torna ad essere uno spazio di competizione strategica oltreché geografica.

Tutto ciò ha risvegliato gli appetiti degli Stati Uniti, che anche prima di Trump – va detto – avevano piazzato basi militari come la Pituffik Space Base situata nel nord-ovest dell'isola ospitante sistemi radar di monitoraggio spaziale e missilistico, essendo un punto strategico della NATO.

Meno presente è stata finora la presenza militare danese, che forse oggi si pente di aver trascurato un suo territorio lontano.

Non devono fuorviare, però, termini come «colonialismo» o «annessione» che spesso rimbalzano su media e social. Almeno stando allo stato delle cose, è improbabile una conquista territoriale di tipo ottocentesco.

Washington potrebbe infatti non acquisire formallmente la Groenlandia. Più probabile che possa puntare all'accesso alla cooperazione scientifica, peraltro già avviata, e all'allineamento strategico. Sottrarre l'ambita preda a potenze rivali, in particolare Cina e Russia, potrebbe essere già di per sé una conquista "indolore". Ancora una volta la natura non addomesticata della Groenlandia potrebbe aver ingannato gli stati che in queste ore si sono affrettati a inviare truppe sul territorio pensando di doverla difendere da un attacco frontale. Fermo restando che fare previsioni è estremamente difficile e quasi mai ci si azzecca – l'imprevedibilità degli attori in gioco ormai è l'unica certezza – forse lo scontro sulla Groenlandia potrebbe manifestarsi non con il dispiegamento di forze ma prima di tutto sul piano della ricerca geologica e scientifica.

Il governo locale della Groenlandia e quello sovraorinato della Danimarca hanno ribadito più volte con fermezza che la Groenlandia non è in vendita. Un passaggio di sovranità, esclusa l'annessione forzata, implicherebbe un voto popolare attraverso un referendum, o quantomeno un voto parlamentare. Sarebbe più facile per l'attuale amministrazione americana che tanto brama l'isola optare per vie meno ardue come gli investimenti nella ricerca. Se il no delle autorità locali è dunque scontato, queste difficilmente potrebbero rifiutare l'implementazione di progetti di ricerca a lungo termine.

Sembrano al momento superate anche le opzioni di acquisizione monetaria della Groenlandia, non nuove agli Stati Uniti. Nel 1867 questi acquistarono l'Alaska dalla Russia, mentre nel 1917 comprarono le Indie Occidentali danesi sempre dalla corona di Danimarca. Il presidente Harry Truman, poi, offrì nel 1946 al governo di Copenaghen 100 milioni di dollari per la Groenlandia che furono rifiutati. In ultimo, Trump potrebbe far valere un modello simile al «Trattato di Libera associazione« (Compact of Free Association) che ha riguardato le isole Marshall o Palau, ossia concessione dell'indipendenza formale in cambio di diritti esclusivi.

La situazione resta instabile e potrebbe precipitare da un momento all'altro. Di certo l'aspetto fisico di una landa apparentemente desolata può trarre in inganno come abbiamo visto accadere in almeno due occasioni e non essere più il confine neutrale, solo perché inospitale, che è stato percepito e considerato finora. Una coltre bianca diventa specchio, o se si vuole la sede perfetta dell'impronta umana, purtroppo al momento fatta di bramosia e sete di potere.