Spazio diverso, luoghi che affascinano. In Giappone, come nell’Oriente in generale, il concetto di spazio impone una riflessione.
Noi moderni abitiamo la carta prima ancora della Terra. Come già trattato in precedenza richiamando geografi contemporanei, l'Occidente ha compiuto un ribaltamento epistemologico: ha preteso che il mondo somigliasse alla sua mappa. La proiezione tolemaica e la prospettiva rinascimentale non si sono limitate a rappresentare lo spazio, ma lo hanno inventato come estensione metrica.
Non ha sempre funzionato così. Perlomeno non ovunque. Lo racconta in modo magistrale Miyazaki Hayao, regista, sceneggiatore, ma soprattutto disegnatore di fama planetaria, esponente e capostipite dell'animazione giapponese.
Nel testo di una conferenza tenuta presso la Japan Scenario Writers Association il 6 agosto 1994, in cui mette a confronto l'animazione giapponese e quella americana ed europea, fa un'affermazione che rimanda alla concezione di spazio. Anzi, due. La prima: «I giornalisti stranieri che vengono in Giappone per fare interviste chiamano sempre i lavori di animazione giapponese 'manga'. Nei loro Paesi l'animazione esiste, ovviamente. Ma ai loro occhi, quello che facciamo noi – le animazioni televisive, cinematografiche – è la stessa cosa dei manga stampati. Per loro non c'è differenza tra un fumetto disegnato su carta e un film di animazione: è tutto manga. Noi che ci lavoriamo dentro sentiamo che sono due cose diverse. Ma da fuori, tutto sembra uguale. Una delle domande che ci fanno sempre è questa: Perché mai in Giappone i manga sono così popolari? Perché, in questo angolo di Asia, si producono automobili e, allo stesso tempo, una grande quantità di fumetti?»
La seconda brillante affermazione, forse più interessante dal punto di vista della teoria della geografia, è la risposta che Miyazaki si dà: «Ecco, io ho una mia ipotesi. Parlando con animatori americani, la più grande differenza che sento è nel modo di percepire le cose. Loro tendono a concentrarsi sui volumi, sulla tridimensionalità. Noi, invece, sulle linee. Se entriamo nel campo dei computer scopriamo che non esistono linee per distinguere gli oggetti: si usano superfici e punti. Ma non contorni. Eppure in Giappone, e forse in tutta l'Asia orientale, sembra che ci sia una sensibilità particolare per la linea. È una questione strutturale e ha a che fare con il modo in cui è organizzato il nostro cervello. In Europa la pittura si è sviluppata cercando sempre di rendere la luce, per restituire la sensazione della materia. Certo, anche in Europa ci sono stati grandi disegnatori di linee, ma in generale l'obiettivo era rappresentare il volume. Noi, invece, quando disegniamo un volto, siamo soddisfatti semplicemente tracciando una linea e riempiendo un'area d'ombra. I miei amici americani, al contrario, vogliono sempre aggiungere un gradiente: perché, per loro, nell'ombra non ci sono linee.» ¹ Se qualcuno di voi, leggendo le frasi di Miyazaki, ha pensato e immaginato linee rette, ecco la prova che il nostro cervello è organizzato in un determinato modo di pensare, dove la modernità ci porta sempre più spesso a concepire una linea come il tratto più breve tra due punti: la retta. Le linee che quasi sempre troviamo nelle animazioni giapponesi – fatte salve quelle dei grattacieli o delle case – sono linee curve, anche piuttosto accentuate.
Per giunta, la relazione che intercorre tra emozione e concezione spaziale (cioè rappresentazione che include linee, forme, geometrie) è un tema affascinante e non troppo slegato dalle esortazioni di Miyazaki.
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In breve, si potrebbe avanzare una domanda: Cosa ci attrae dell'Oriente? Perché ci emozioniamo ancora, e forse di più, davanti a un disegno minimale rispetto a una volumetrica immagine ancorché dettagliata e particolareggiata? E ancora, cosa videro gli europei di metà '800 di tanto eclatante nella "Grande onda" di Hokusai, dallo stile totalmente diverso dallo standard pittorico dell'epoca? Forse la geografia può tentare una risposta: una diversa concezione dello spazio. Ancora oggi leggiamo con ammirazione il Milione di Marco Polo. Ma a ben guardare anche lì la concezione di spazio è altra cosa rispetto a quella a cui siamo abituati, cioè - come detto in precedenti trattazioni - quella metrica, lineare, standard. I luoghi visitati e descritti dall'esploratore veneziano erano infatti "misurati" in giorni di cammino, affidandosi all'esperienza diretta e al tempo impiegato per spostarsi a piedi o a cavallo, con l'unica eccezione di alcune stazioni di posta in Cina in cui usava le miglia.
I turisti che oggi affollano le strade di Tokyo rimangono sorpresi dell'assenza della toponomastica stradale, o perlomeno della sua diversa concezione, alla quale faticano non poco ad adattarsi, segno anch'esso di una diversa predisposizione spaziale. Se nel resto del mondo le vie sono lineari e possiedono quasi sempre un nome, in Giappone vige il concetto di suddivisione concentrica. La quale somiglia a una scatola cinese topologica. La strada non è una linea di scorrimento, ma l'interstizio fluido che risulta dal reciproco accostarsi degli isolati.
Verrebbe da dire che la linea retta, che oggi ha vinto molte sfide e alla quale ancora ci affidiamo ad esempio nel disegno tecnico, è una forma di linguaggio sì efficace, ma non l'unica. Si può affermare che il paradigma retta-prospettiva ha trasformato il mondo in ciò che più le somiglia e in ciò in cui può esplicitarsi, ossia in una tabula rasa. Sulla quale funziona la volontà di dominio e di calcolo. L'isola dalla forma arcuata - mi si perdoni il fin troppo facile accostamento morfologico - ha forse preservato la percezione dello spazio come evento relazionale, in cui una cosa è incastrata in un'altra.
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Per concludere, se svuotiamo lo spazio dalla pretesa della misurazione assoluta, lo stesso spazio smette di essere un'astrazione matematica e torna ad essere ciò che è sempre stato prima della cartografia moderna: l'ambito discontinuo, plastico e vivente in cui si dipana l'esistenza umana.
¹ [conversazione tratta dal libro Punto di partenza 1979-1996, H. Miyazaki, ed. La nave di Teseo].Tiziano Fusella
viaggiatore e giornalista

